Il razzismo nel calcio: il caso Muntari non è un episodio isolato

In Italia si sa, viviamo il calcio in modo diverso rispetto agli altri Paesi, la nostra squadra del cuore è come una famiglia, dunque, ormai è un automatismo identificare il nemico con l’avversario in campo. Quindi, se dal lato della tifoseria il calcio è vissuto così personalmente, si pensa che anche i giocatori debbano viverla allo stesso modo, e le offese spesso diventano personali.

Il caso Muntari

Domenica 30 aprile allo stadio Sant’Elia di Cagliari, durante la partita Cagliari-Pescara, si sono avvertiti, come ormai è un’abituale spina nel fianco, cori razzisti rivolti a Sulley Muntari, centrocampista della formazione abruzzese. Il ghanese nel primo tempo della partita già nota la agguerrita folla rivolgergli pesanti offese, ma ignorandoli prosegue a giocare. Nel secondo tempo però, sentendosi sopraffatto dalle urla di quel muro di “tifosi” decide di rivolgersi all’arbitro per sospendere la partita. La reazione dell’arbitro alla richiesta del calciatore tarda ad arrivare, anzi, dopo l’ennesima lamentela, Muntari viene ammonito. Il calciatore decide quindi di abbandonare il campo e come risposta al suo gesto guadagna l’espulsione e una giornata di squalifica.

Il caso diventa presto di dominio pubblico e nei giorni seguenti l’Onu si schiera prendendo le difese del giocatore ed elogiandolo per le sue azioni come esempio lodevole di lotta in difesa dei diritti umani. Il lieto fine di questa vicenda poco piacevole si conseguirà il 5 maggio, data di manzoniana memoria, quando la corte d’appello Federcalcio prende la decisione di annullare la squalifica imposta al calciatore ghanese, facendo così trionfare, se non la giustizia, quantomeno il buonsenso.

Un episodio che non è un caso

Purtroppo diversamente da come si potrebbe pensare questo episodioè stato tutt’altro che d’esempio.

A distanza di poco meno di una settimana, sabato 6 maggio dopo il derby Juventus-Torino anche il difensore bianconero Medhi Benatia è stato vittima di un episodio di razzismo. Infatti, durante un’intervista della Rai il calciatore ha sentito in cuffia una frase offensiva nei confronti delle sue origini marocchine. È stata immediatamente aperta un’inchiesta nei confronti della Rai per identificare il colpevole che ad oggi tuttavia rimane sconosciuto.

Questi atti dimostrano come uno sport in grado di promuovere il gioco di squadra meglio di qualunque altro sia stato trasformato paradossalmente in una “fiera dell’intolleranza” e le prestazioni anche dei più grandi campioni non  possono che risentirne a seguito di queste violenze verbali.

Fonti:

A cura di Filippo Ferrari

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