Blue Whale Challenge: la nuova frontiera della sfiducia sociale

L’argomento del momento sembra essere la pazza nuova mania diffusasi in rete nell’ultimo anno della Blue Whale Challenge. Tutte le testate ne parlano e si affannano sul sottolineare i pericoli a cui sono sottoposti i giovani. Ciò che non è mai preso in considerazione però è il germe malato che si annida alle spalle di questa sfida: l’odio per i giovani, l’odio per la società e in definitiva l’odio per la vita. È solo capendo i motivi che spingono, non tanto chi compie l’estremo gesto che pare trovarsi in una condizione di intorpidimento depressivo, ma chi ha ideato una simile sfida, che la si può realmente combattere. Se la Blue Whale Challenge è il nemico, come insegna Sun Tsu, l’unico modo per distruggerlo è conoscerlo come si conosce se stessi.

Facendo un passo indietro, sappiamo che il gioco nasce in Russia nel 2016 ma da quest’anno pare aver mietuto le prime vittime in Francia e in Italia. A parole il regolamento della sfida è molto semplice da spiegare, è la sua contorta genesi, tra lo psicologico e lo psicotico, che rende questo caso unico e inquietantemente simile a una delle più contorte puntate di Black Mirror.

In sintesi, i giovani reclutati per diventare delle Blue Whale vengono costretti, a seguire un regime di violenze fisiche (autoinflitta) e mentali (ad opera di tale “curatore” o coach che monitora “la balena”) che a 51 giorni dall’inizio della sfida spingono la vittima, trascinata in una profonda spirale depressiva, al suicidio.

In Russia è stato arrestato un unico curatore Philipp Budeikin. Dalle sue dichiarazioni risulta non essere pentito, perché i ragazzi uccisi non sarebbero stati altro che “scarti biologici” e il suo ruolo sarebbe stato quello di pulire la società.

La nostra riflessione parte quindi da queste parole: parole di odio contro la società. Si perché gli individui che si vanno a colpire sono giovani menti che dovrebbero costituire il futuro di questo mondo e invece che potenziarle, supportarle, liberarle dai demoni che la società globale moderna spesso impone; si è deciso di trasformarle in Blue Whale, come se si avesse perso ogni speranza di costruire un mondo più giusto. Questo senso di rassegnazione nasce dalla frenetica realtà moderna che ci intrappola entro stereotipi e canoni, da cui soprattutto i più giovani vengono influenzati a causa dell’elasticità delle loro menti capaci di fagocitare informazioni in modo continuo. Questo, lungi dal supportare le macabre teorie nichiliste dei curatori, significa che queste menti possono essere investite di positività, e se i messaggi che gli vengono inviati sono veicolati nel modo giusto, entro questa positività esiste la speranza della possibilità di costruire un mondo nuovo, anche diametralmente opposto a quello contemporaneo spesso permeato dall’odio dall’insoddisfazione e dall’intolleranza.

Nasce ultimamente in rapida risposta alla Blue Whale Challenge una nuova sfida, quella dell’Happy Whale che invita i partecipante a impiegare una piccola porzione delle loro giornate in attività positive in grado non solo di scacciare la negatività da cui spesso l’adolescenza è attraversata, ma anche di costruire nell’arco di circa un mese una consapevolezza di se più salda e ottimista, che renda i giovani in grado di pensare a se stessi come persone in grado di “fare” del buono delle loro vite, ed è proprio su un background di questo tipo che dovrebbe costruirsi la società del futuro.

A cura di Francesca Poletti

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